Nature morte

Gli oggetti si dispongono su un piano d’appoggio, e sono testimonianze di se stessi, in un’atmosfera che seguita a concepirsi per ampi silenzi: Anche in questo caso il pittore appare recuperare una li traccIa dl comunIone col trascorso. Un trascorso in cui la stessa denominazione di “natura morta” non ancora esisteva, quelle composizioni chiamandosi semplicemente, e con più forte aderenza alla loro qualità, “oggetti di ferma”.

Ecco, oggetti di ferma son quelli di Regoli. Osservati in una loro precisa costante, oltre qualsivoglia occasione generante l’immagine. Non v’è dubbio che un quadro come Il cappello del 1979, nonostante il tonalismo che, di per se, allude ad un palpito atmosferico (rammentando, non di meno, certa pittura romana come, del resto, la rammenta Strumenti musicali del 1979), appaia assolutamente immobile, per quella sorta di linea serpentinata e verticale lungo cui compositivamente si sviluppa, Oggetti che, anche se del quotidiano, travalicano la sensazione del mero divenire, per offrirsi, meglio, quali emblemi, a ciò anche giovando certo annullamento spaziale per il quale tutto si organizza su un unico orizzonte.

Ma, più ancora, vorrà alludersi a Composizione del 1984 (mentre per L’uva dell’89 e Le maschere potrà parlarsi d’una memoria spadiniana). La natura morta assume una più ampia valenza, non di meno richiamando e, dunque in qualche maniera complicando il proprio specifico, il concetto di vanitas.

Per la sensazione d’una luce forte e radente, la quale descrive incidendo gli oggetti, tutto deve leggersi per accezioni simboliche, quasi il pittore volesse giungere ad una sublimazione dello stesso significato apparente.

Il quadro, alla fine, sembrerà pur essere un’allegoria della stessa pittura, E non solo per il cavalletto che si costituisce, in quel luogo, quale frontiera dell’immaginario, pur dando per le sue linee una  scansione ritmica al dipinto, ma per quella maschera che proprio si cala da una di quelle verticali, La pittura è, pur nel suo tentativo di mimesi assoluta, finzione; è, ancora, essenziale mascheramento, per la natura e cultura dell’artista, della realtà. In questo senso, perciò, il quadro non è che un’allegoria.

E gli oggetti – ognuno con un suo significato – son gli stessi, che sarà possibile trovare in composizioni cinque e seicentesche, in nulla mutando neppur la chiave d’una interpretazione traslata, il teschio, lo strumento musicale, i libri, le conchiglie, il manichino per lo studio d’anatomia. E se cenotafica, per la trasparenza satumina, cioè malinconica e contemplativa, della natura del pittore, potrà sembrarci l’immagine, essa non di meno – come già nella Lezione di anatomia – finirà per annunciare evidenze contrarie, per quelle conchiglie – simbolo chiaro di rinascita e purificazione – delle cui superfici striate, cangianti perche madreperlacee, l’artista ci dà conto in pressoché assoluto spirito omòcromo.

Domenico Guzzi