Paesaggi

Regoli, una volta di più – e per soli certi aspetti dichiarandolo quasi apertamente, per altri: “Capo Bianco di Libeccio”, “Valle di Lazzaro”, “Il Volterraio”, “Le mura di Portoferraio”, aderendo al linguaggio d’una tradizione toscana – si pone di fronte al paesaggio: alludiamo a “Il Colosseo” del 1982, con spirito che si direbbe antiquario, offrendoci, pur nella soluzione in questo caso evocante poiché in qualche modo sfibrata dalla particolare incidenza della luce, una sorta di sommaria enumerazione, così come l’avrebbe potuta concepire Piranesi.
Qui davvero è – come accennato – la luce ad esser, prima di ogni altra cosa, protagonista del narrato. Una luce che dal fondo di cui appena s’intuiscono le strutture architettoniche, entra violenta per l’arco del monumento, generando avvolgenti locuzioni d’ombra che danno volume segnandone la forma ai grandi frammenti di colonna.
E non a caso – è ovvio – s’è accennato a Piranesi, poiché il soggetto potrà apparire come tratto da una di quelle sue incisioni. Si comprenderà, perciò, quanto sin qui più volte ribadito circa la cultura – e la propensione – di Luciano Regoli, il quale la pittura vede come summa di riemersioni cui dare l’imprimatur della propria vocazione.
Così è ancora realismo, romanticismo e neoclassicismo, con veloci incursioni – attestate da impressioni materiche e da altre sensazioni che ci parlano in termini maggiormente recenti, pur se comunque del primo Novecento – in ulteriori atmosfere.
Romantico sarà, infatti, il “Notturno di Portoferraio”, con quella luna che solo s’intravede per le foschie del cielo, a segnalarci il golfo mediante le alture della costa all’orizzonte e le case in primo piano. La pittura segue l’atmosfera della sera. Ogni suggestione è, dunque, filtrata giungendoci in resa del luogo per affermazioni di memorie, anziché – contrariamente al consueto – e di puntuali osservazioni.
E qui, proprio , il pittore ci sembra conquistare il segno della libertà. Libertà che non può neppur dirsi, d’altronde, del tutto assente in altre e diverse immagini, poiché – come s’è fin dall’inizio osservato – per Regoli la libertà di dipingere è tutta nell’asserzione di una creatività che non può che trarre – sub specie aeternitatis – dalla lezione della storia.