Ritratti

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Il genere ritratto non è dubbio che sia tra i più costrittivi e, dunque, pericolosi. Tra l’artista ed il suo oggetto deve correre, infatti, un rapporto cadenzato da precise necessità: la somiglianza, anzitutto. Laddove, poi, si parli di ritratti su commissione -e nella produzione di Regoli se ne contano diversi: pensiamo, tra gli altri, a L’antiquario Paolo Paoletti (1986), a La principessa Donatella Borghese (1983), a L’antiquaria Caselli (1987) – non può neppur sfuggire una sorta di ulteriore sudditanza di diversa natura, per la quale l’encomio non di rado nega non solo ogni giudizio, ma ogni più profonda introspezione. Al di là di ciò, si vorrà in tale ambito dire di un quadro in qualche maniera anomalo, che per qualità, impostazione e per assonante assetto compositivo, richiama quello famosissimo di un pittore cinquecentesco: Giovan Battista Moroni. Quadro – è stato detto, qui cogliendosi una prima differenza con quello del nostro – che ritrae come fosse un principe un uomo di mestiere. Ora, se di Luciano Regoli si osserva Gianni Brunelli (1985), non sarà davvero azzardato, oltre alcune evidenti trasgressioni che sarebbe restrittivo riassumere nella sola impostazione dell’uomo nello spazio, verificare una certa derivazione ed affinità con l’antico. Anzitutto, il fondo; propriamente concepito come luogo di restituzione dell’immagine unmana. Una mera superficie, qua e là vibrata per incidenze luministiche ed umbratili; di cromia timbricamente ribassata, al fine evidente di consentire la decantazione del personaggio e della natura morta in primo piano. Come nel quadro di Moroni, l’ambiente non è neppur evocato. E il personaggio, di tre quarti come il suo antecedente Lo scatto differenziale concretandosi nell’esser, quello di Moroni, colto in un momento di operosità; in un attimo di stasi che interrompe il lavoro, quello del nostro. Il quale, per di più, ci osserva con aria, ad un tempo, interlocutoria e dichiarativa. Alla fìsicità del personaggio – e per traslato anche a certa sua psicologia – introducendoci la natura morta che acuisce – in contrapposizione all’astrattezza del fondo – certo immediato naturalismo. L’uomo, verticalmente cogliendosi nella pressoché esatta centralità del dipinto, così spezzando – viceversa – l’ordine altrimenti orizzontale degli oggetti. Ma, al di là di ciò, sarà importante soffermarsi ad analizzare (anche se brevemente, e considerando gli spunti altresì concretati in altre immagini: Morgan Siegal (1987) ad esempio) la qualità del fare pittorico, che in alcuni punti, pare accendersi per effervescenze materiche Le quali potrebbero addirittura dirsi onomatopeiche ai rialzi stessi della luce, per questa via dando esito ad un contrasto portato in evidenza dalla fluidità, al contrario, su cui si fonda la composizione. Ed anche il problema dello spazio parrebbe esser vissuto per linee di ascendenza. Regoli, insomma, in alcun modo infrange -non è davvero nelle sue intenzioni ne nelle sue corde -un ordito tradizionale. Tanto che per sostanziare l’illusione di un addentramento nel topos del dipinto, del Brunelli non esita a ricorrere ad uno degli escamotage più consumati della pittura. Si fa riferimento a quel panno bianco che, con le sue pieghe, si porge e sporge eloquentemente dal primo limite del quadro. Tale soluzione – e pur ci riferiamo al pane – generando un’ombra sulla verticale del medesimo tavolo, e, dunque, sostanzialmente avvalorando la ritmica compositiva. E poiche s’è parlato di ascendenze o, quanto meno, di colloqui a distanza con i maestri, vorremmo pure soffermarci su un altro ritratto del 1983: Testa di vecchia (tav. IV), (neppur dimenticando Ercole 1982 e l’Autoritratto del 1980). Opera che, in linea diretta -nell’osservanza certamente di palesi evoluzioni – sembrerebbe riferirsi ad uno degli alienati monomaniaci di Gericault. E qui, naturalmente, torna con qualche fermezza ad affacciarsi il problema di una visione tra neo-classicismo, romanticismo e certo annunciato realismo. La connotazione pittorica puntualizza, per le linee somatiche, un carattere. Pur scendendo all’analisi dei particolari: diciamo, ad esempio, della congiuntiva arrossata. La cromia, scura e forte, non di meno offre un’evidente dimensione introspettiva. Allo stesso modo in cui il battere improvviso della luce sulla fronte il naso e lo zigomo del personaggio, non farà che accentuare lo scandaglio della e sulla realtà. La donna si volge di scatto, ed altrettanto d’improvviso sembra fermarsi, e per sempre, in quella positura. La materia, solida, pur s’imbeve di soluzioni fluide, tali non solo da accompagnare la movenza ma, diremmo anche, il suo profondo.